Caputo, un Sabato italiano da 30 e lode all’Obihall

Sergio Caputo mancava da Firenze dal lontano 1998. E’ tornato, sorprendendo tutti, con il suo Sabato italiano show all’Obihall. Un trionfo. La recensione di Raffaella Galamini.

Non è mai stato un musicista banale sia per le musiche che, soprattutto, per i testi. Avrebbe potuto puntare al facile revival per festeggiare i 30 anni del suo album più bello “Un sabato italiano”, invece Sergio Caputo ha scelto la via più difficile. Il disco, registrato ex novo dalla prima all’ultima nota con sonorità più moderne che però non stravolgono la struttura semplice eppure raffinatissima delle canzoni, un libro ricco di aneddoti e un tour che lo ha portato a far tappa anche a Firenze. Era dal lontano 1998 che non si esibiva in città e venerdì 31 gennaio 2014 l’ha ricordato più volte durante il concerto all’Obihall, soprattutto di fronte all’entusiasmo e al calore dimostrato dal pubblico fiorentino. Applausi a scena aperta, cori quasi da stadio, striscioni: un’accoglienza da star, insomma che forse neanche lui si aspettava. Accoglienza meritatissima per un musicista che ha dato davvero il meglio di sé nel live all’Obihall. Un artista lontano anni luce dall’esibizione dell’estate scorsa a Scandicci, che alcuni ricordavano ancora, dove era apparso decisamente fuori forma e l’ombra del Caputo dei tempi migliori.
Ma il bello della musica è anche questo: mai dare nulla per scontato, soprattutto se ad inciampare è un cavallo di razza che ha scritto capolavori come Bimba se sapessi, Spicchio di luna e per l’appunto Un sabato italiano che dà anche il nome all’album, inserito da Rolling Stone tra i 100 dischi italiani più belli di sempre.
Caputo, contornato da una band di ottimi elementi (un pianista indiavolato sui tasti, il trio di fiati super e una solida sezione ritmica, percussionista compreso), ha riproposto tutto l’album con l’aggiunta dei due inediti, C’est moi l’amour e I love the sky, per poi attingere durante i bis, a piene mani, anche da Italiani Mambo, altro piccolo grande capolavoro di leggerezza e sonorità sudamericane.
Pubblico entusiasta, ad applaudire e ballare sotto il palco con una tale passione che lo stesso Caputo ne è rimasto spiazzato. Bis come se piovesse (fuori l’Arno era gonfio per le abbondanti precipitazioni della giornata) e tutti a cantare. Poi, a fine concerto, in fila per chiedere un autografo o una foto a Caputo. Roba d’altri tempi che fa bene alla buona musica e riempie di gioia il cuore.

Raffaella Galamini