Elbow alla Cavea, le stelle non stanno a guardare

Gli Elbow chiudono in bellezza il tour europeo con un concerto alla Cavea di grande energia e soprattutto con molti colpi di scena. La recensione di Raffaella Galamini.

Un live così se lo ricorderanno a lungo a Firenze. Gli Elbow erano attesissimi e non hanno deluso le aspettative. Atmosfera da club: merito anche del contatto diretto con il pubblico, in piedi a due passi dalla band e poi assiepato sulle gradinate, sotto un cielo stellato e con alle spalle la vista mozzafiato sulla città. Pubblico internazionale, non solo fiorentini ma anche tanti stranieri che non si sono fatti sfuggire l’occasione di vedere Guy Garvey e i suoi in un posto così bello e suggestivo come la cavea del Nuovo teatro dell’Opera di Firenze. Ottima la scelta di gruppo e spazio, come al solito, per le Nozze di Figaro.
Gli Elbow sono partiti subito forte. Era l’ultima data del tour e volevano fare bene. Le vibrazioni che arrivavano dal pubblico erano buone. Si sentiva nell’aria che sarebbe stato un grande concerto e perfino le stelle non stavano solo a guardare ma parevano pulsare nel buio al suono del gruppo inglese.
Una sonorità corposa e ricca di sfumature, l’abituale miscela di brit-pop, rock ed elettronica con un tocco di archi, vuoi per l’acustica della cavea ma soprattutto per l’affiatamento ormai ventennale della band di Manchester.  In scaletta diversi pezzi dal fortunato “The Take Off and Landing of Everything”, loro sesto album, anche se non sono mancati recuperi dal passato per un bagaglio musicale davvero niente male.
Guy Garvey è stata la vera star. Ha fatto cantare e battere le mani al pubblico, ha condotto un sondaggio tra i presenti per capire da dove arrivavano, si è seduto in prima fila e ha passeggiato su e giù per la scalinata della cavea. Un vero intrattenitore. Una forza della natura che aggiunta alle notevoli doti vocali lo hanno reso l’idolo della platea. Attorno a lui i compagni di band di sempre, dal 1992 ad oggi: Mark Potter alla chitarra, Pete Turner al basso, Craig Potter alle tastiere e Richard Jupp alla batteria.
E’ difficile credere alle parole di Garvey quando scherzando ha sostenuto che all’inizio il gruppo era terribile. Testi mai banali e musica capace di sprigionare un’energia incredibile, non possono che far credere il contrario. Eppure dall’ep d’esordio “Noisebox” del 1998, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta ma, pur essendo ormai diventati delle star a livello internazionale, non è cambiato l’atteggiamento con il pubblico. Fantastico nella sua semplicità.
Piccola nota di colore: il pubblico ha cantato con Guy gli auguri a Pete Turner che taglia in questi giorni il traguardo delle 40 primavere.
Ad aprire la serata i Marta sui Tubi. Davvero una bella occasione anche per loro di farsi risentire a Firenze in una notte di note e stelle così straordinaria.
Raffaella Galamini