Ho perso le parole: Glen Hansard è troppo bravo

Ha iniziato come busker a Grafton street, vinto un Oscar, suonato con Eddie Vedder e presto col Boss, ma ogni volta sul palco Glen Hansard ha l’entusiasmo della prima volta. La recensione di Raffaella Galamini

 

 

 

 

 

 

 


Quando Lisa Hannigan ha salutato il pubblico, ho pensato: “Si comincia bene”. Già, perché c’erano tutti i presupposti per un grande concerto. Mai, però, avrei pensato di dover dire a fine show: accipicchia! Perchè Glen Hansard ha stupito oltre ogni aspettativa.
Nella sua esibizione di sabato sera al Viper club di Firenze, ho ritrovato la grinta e lo spirito rock ammirati nel concerto di Bruce Springsteen al Franchi l’estate scorsa e l’intensa e appassionata esibizione di Damien Rice alla cavea del Nuovo teatro. Come in un flashback mi sono immaginata in un pub a Dublino.  Un attimo dopo ero piombata in un film romantico e alla fine, confesso, nella storia d’amore più struggente che mi sia mai capitato di sognare. Come se non bastasse ho cantato, ballato e mi sono divertita da matti. Tutto nella stessa notte e nello stesso concerto. Accipicchia al quadrato, verrebbe da dire!
Scherzi a parte Hansard è un musicista di straordinario talento e di grandissima umiltà. Ha cominciato suonando in strada a Dublino, si è fatto largo nel mondo della musica ed è diventato una celebrità recitando in The Commitments di Alan Parker e per l’Oscar con la canzone di Once: Falling slowly. Il suo è davvero irish soul: un po’ del Van Morrison migliore, tanto rock, funk, blues.
Fa come il whiskey, all’inizio ti scalda, l’inizio del concerto con Become e Maybe tonight, poi ti dà alla testa: prende il volo con Love don’t leave me waiting in cui inserisce anche Respect di Aretha Franklin e da allora non lo ferma più nessuno. Tu intanto sei in botta… Canta, racconta, dedica canzoni ad amici e fan presenti in sala.
Chiude la prima parte del concerto con Fitzcarraldo e Song of good hope. Torna da solo, suona in equilibrio su una cassa, a poche decine di centimetri dal pubblico e piazza il colpo finale: come l’ultimo bicchierino della sbronza del secolo.
Quando attacca Falling slowly, sei già in un’altra dimensione. Applausi e di nuovo fuori, per un omaggio a Marvin Gaye e la bellissima Passing through di Coheniana memoria attaccata in versione acustica sulla chorus line del palco, con la band al completo, e conclusa in fondo alla sala tra il pubblico.
Nel mezzo di questo straordinario concerto è successo di tutto: ha chiamato a suonare con la sua band, il ragazzo che accordava la chitarra: l’onore è toccato a Simone. Ha fatto salire sul palco tre ragazzine per i cori, perso una scarpa per la troppa foga nel ballare, ordinato 18 shottini di whiskey bevuti insieme al gruppo e come se non bastasse ha improvvisato Blue moon, cantato le cover di Bob Dylan, Bruce Springsteen, oltre ai già citati Marvin Gaye (su cover a sua volta di The Band) e infine Leonard Cohen. Ed è sempre stato all’altezza nell’esecuzione.
A fine concerto, cercando di riordinare le idee, poche e confuse di fronte a un tale prodigio della natura, mi sono detta: con un repertorio eccezionale e un gruppo, per la maggior parte composto dai Frames, in grado di esprimere in musica emozioni, sentimenti, ricordi e sensazioni, se ti chiami Glen e di cognome fai Hansard puoi fare davvero tutto. Anche lasciarmi senza altre parole per questa recensione. Davvero accipicchia!

Raffaella Galamini