Il successo senza fine, e senza tempo, di Branduardi

Ventidue album in studio, due live e 9 raccolte. Ma il segreto del successo di Angelo Branduardi non è nei numeri, come ha dimostrato alla Pergola di Firenze. La recensione. 

 

L’anno prossimo saranno quarant’anni di carriera. Era il 1974 quando Angelo Branduardi si affacciò per la prima volta al mercato discografico. Una presenza la sua che anno dopo anno, album dopo album è diventata sempre più importante. Non solo come musicista ma anche e soprattutto come ricercatore. Perché “Cogli la prima mela” e “La fiera dell’Est” sono soltanto la punta dell’iceberg del suo universo musicale: in quattro decenni ha riscoperto e proposto brani anche di mille anni fa, addirittura con un’armonia modale e non tonale, come siamo invece abituati di solito ad ascoltare.
Il concerto al teatro della Pergola è stato quindi un’occasione per ascoltare i grandi successi ma anche per imparare qualcosa di nuovo e di bello sul mondo delle sette note. Branduardi è impegnato da quasi un anno nella tournée “Camminando Camminando Europe Live Tour”, dal nome dell’album omonimo con tutte le sue hit dal 1996 ad oggi. Nel disco un solo inedito “Ratataplan”, scritto insieme a Giorgio Faletti, grande amico del musicista e suo estimatore.
Alla Pergola si comincia con “Si può fare” ed è subito un salto all’indietro di venti anni, caratteristica di tutto il concerto. Branduardi ha un ampio abito in cotone nero, scarpe da qi gong e un lungo gilet sempre nero. Si alterna tra il violino e la chitarra. Sul palco con lui una band composta da Davide Ragazzoni, batteria e percussioni, Stefano Olivato, basso e armonica, Leonardo Pieri, piano, tastiere, fisarmonica e harmonium, Michele Ascolese, chitarre elettriche, classica e bouzouki. Tutti musicisti all’altezza di un tale virtuoso.
Bella la scenografia, semplice ed elegante: quattro teli bianchi che scendono dall’alto e sette lampadari.
Branduardi introduce le canzoni spiegandone l’origine, impartisce pillole di storia della musica. Il pubblico applaude, fa le sue richieste. Continuerà a farlo fino all’ultimo, quasi non rassegnandosi che in un concerto, seppur di due ore abbondanti, non sia riuscito ad ascoltare anche il brano prediletto. A fine sera, nel foyer, l’elenco di quelli che mancavano sarà lunghissimo.
“Domenica e lunedì”, “Fou de Love”, canzone scritta in sette lingue differenti, “Il denaro dei nani” e “La tempesta” sono solo alcuni dei brani proposti da Branduardi nella prima parte del concerto.
Nella seconda invece si inizia con il Poverello d’Assisi e l’album “L’infinitamente piccolo”: “Il cantico delle creature”, “Il sultano di Babilonia e la prostituta”, che nella versione originale era cantata con Franco Battiato. Qualcuno dall’alto grida: “Viene bene anche senza Battiato”. Vero.
Insomma un concerto in cui il pubblico prova stima e rispetto per l’artista senza però sentirsi intimidito da una personalità così colta. Una figura spesso non tenuta in conto come meriterebbe in Italia: non si capisce se per l’incapacità del grande pubblico di apprezzarne la grandezza o per la scelta stessa di Branduardi di proseguire nel suo cammino artistico e di ricerca, preferendo il basso profilo. Ipotesi che alla luce del concerto alla Pergola sembra quella più veritiera. Branduardi non cerca il facile successo, il suo segreto è proprio continuare a fare la sua musica, senza seguire le mode, rendendo semplici le cose complesse.
Bis finali: “La fiera dell’Est”, cantata da tutto il teatro e “La pulce d’acqua” per concludere una serata che il pubblico della Pergola ricorderà a lungo. Per Branduardi, che non si esibiva da 10 anni a Firenze, un vero trionfo.

Raffaella Galamini